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L'età dei linguaggi Sawaya & Moroni: 25 anni di ricerca tra architettura design e arte
Spesso un allestimento si limita a offrire allo sguardo, in modo corretto ma afasico, una serie di oggetti. Altre volte un allestimento riesce a presentare visivamente, in modo più esplicito di quanto si riesca a fare persino con delle didascalie, il senso di un'esposizione. Un esempio di questo secondo tipo è la mostra di Sawaya & Moroni ad Abitare il tempo 2009. Proviamo a esaminarla. Entriamo da un ingresso d'angolo in uno spazio rettangolare dove ci vengono incontro una serie di pedane disposte a ventaglio, passerelle su cui si esibiscono una serie di oggetti-personaggi: molto diversi l'uno dall'altro, ma appunto personaggi, ciascuno con una sua storia e con una storia da raccontare. Una “mise-en-scène” ideata da William Sawaya per presentare 25 anni di attività , metafora del percorso dell'azienda che ha attraversato la cultura progettuale e visiva della nostra epoca con una coerenza singolare e anticipatoria. William Sawaya e Paolo Moroni si sono mossi, sin dagli inizi, con la consapevolezza di essere in una nuova fase, in cui veniva meno il senso del protrarsi sia delle tendenze razionaliste, sia delle loro alternative di matrice neo-futurista o neo-pop. La consapevolezza, ovviamente, era all'epoca più che altro un'intuizione ma il tratto caratteristico del suo procedere è stato un'ostinata coerenza nel cercare di verificarla, registrando gli sviluppi in corso nella cultura progettuale a livello mondiale. I vari personaggi che sfilano sul ventaglio delle passerelle della mostra mettono in evidenza, come si è dimostrato con il procedere degli anni, che non esiste un postmodernismo, come si credeva all'epoca, quando non a caso Sawaya & Moroni presentarono i mobili di un architetto come Michael Graves, icona del postmodern americano, o addirittura di un teorico del postmodern come Charles Jenks: come ha scritto Arthur Danto, non esiste un postmodernismo esistono i postmodernismi. La nostra epoca ha visto l'estinguersi delle avanguardie, o meglio il loro riproporsi con modalità del tutto diverse, esaurite le illusioni utopiche che le avevano caratterizzate. Ciಠche è subentrato è stata la ripresa dei vari “stili”, riletti e riproposti come linguaggi individuali. Un'età dei linguaggi individuali, la nostra, “idioletti” per dirla con Roland Barthes, schegge di un'epoca frammentata e forse perciಠenigmatica e affascinante. Di ciಠl'allestimento, nel suo essere privo di centro, si fa rappresentazione, mentre fa convivere, citando a caso, le riprese espressioniste di Zaha Hadid e i rigori minimalisti di Kazuo Shinohara, il neobarocco di Borek Sipek e il neoclassicismo di O.M. Ungers. A osservare i mobili, gli oggetti, gli argenti presentati in quest'arco di tempo, ne risulta uno spettacolo affascinante costruito su dissonanze e corrispondenze, in cui i maggiori progettisti della nostra epoca, da Ron Arad a Jean Nouvel a Daniel Libeskind, si presentano come interpreti di una contemporaneità la cui caratteristica è un'irriducibile complessità . Ovviamente nella storia dell'azienda un filo conduttore, sotterraneo ma continuo, c'è. Da un lato, gli oggetti di William Sawaya, la cui trama progettuale, intessuta di culture diverse, tra morbidezze déco e moderne essenzialità , bene restituisce il senso dell'operazione condotta in un quarto di secolo. Dall'altro lato, la l'intelligenza tenace di Paolo Moroni, attento ai fenomeni internazionali e determinato nel costruire le condizioni esecutive per la realizzazione di oggetti a volte complessi e spesso apparentemente “impossibili”. Ciಠche emerge, in definitiva, è il nuovo fluidificarsi dei linguaggi, tra architettura design e arte, che ha visto Sawaya & Moroni chiamare a esprimersi i maggiori architetti contemporanei sul terreno del design, o dedicare attenzione ai molti che, già architetti-designer, si aprono ai linguaggi dell'arte. Oggetti singolari, a volte “one off”, linguisticamente trasversali, che spesso entrano nell'area della Design Art. E non a caso la mostra di Sawaya & Moroni fa da cerniera tra Abitare il tempo e ArtVerona, suggerendo quella ripresa di dialogo continuo e trasversale tra le varie arti che oggi è in atto. Vanni Pasca
Padiglione 9
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